Holland di Walter Davanzo

Giorgia Migliore

Mulini rossi, mulini, blu, mulini immobili. Simboli che nella loro immediatezza e dimensione comunicano, superando la sola valenza simbolica con un espressivo uso del coloro ed una vitale gestualità. Questo, ma molto altro, è quello che si può vedere nella persona di Walter Davanzo, esposta in questi giorni a Villa Benzi-Zecchini di Caerano San Marco. L’artista, infatti, solo apparentemente si appropria di un’iconografia fortemente mediatica, legata ad un luogo comune. In reltà, Davanzo, fa molto di più che riproporre un’immagine d’effetto, fortemente interpretata, ma che al primo colpo d’occhio ricorda le opere della pop art. Guardando oltre, guardando dentro, si scopre infatti un’altra dimensione, completamente opposta a quella della famosa corrente sopra citata. Nelle opere esposte, l’oggetto in questione non si circonda di polemiche consumistiche, ma semmai di nostalgia, di una ricerca estenuante sul significato più recondito che esso ha trasmesso alla tradizione. Davanzo usa l’immagine per tornare al passato, per riallacciarsi a dei valori che degli eventi specifici o dei luoghi hanno fatto propri. Per l’artista, infatti, il simbolo è un pretesto per tornare in un tempo specifico, lontano, persino doloroso. Un dolore che si manifesta nelle velate inquietudini di alcuni dipinti. Anche se in essi il colore è sempre squillante, tal volta viene steso quasi con violenza, con dei segni che per la loro comunicatività si sostituiscono alle parole. Parole comunque presenti, spesso semicancellate altre volte incomprensibili, ma che attestano la presenza di un linguaggio articolato fatto di materia, colore, immagine e scrittura.

 

LA TRIBUNA
Mercoledì 15 giugno 2005